Tutti gli anni, il 2 Giugno, ho sempre voluto scrivere sul tabellone di fronte alle scuole una celebre frase di Piero Calamandrei, che è l'ultimo capoverso di un discorso, tenuto il 26 gennaio 1955 a Milano, presso la Società Umanitaria, rivolto ad alcuni studenti universitari e delle scuole medie superiori che avevano autonomamente organizzato un ciclo di conferenze sulla Costituzione Italiana. Non l'ho mail letto tutto fino ad oggi, e nonostante abbia quasi 60 anni è di una attualità devastante... Buon 2 Giugno, Buona Festa della Repubblica.
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L’art.
34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di
raggiungere i gradi piú alti degli studi». Eh! E se non hanno mezzi? Allora
nella nostra costituzione c’è un articolo che è il piú importante di tutta la
costituzione, il piú impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto
per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice cosí: «E compito della
Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando
di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito di
rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana:
quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la
scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo
sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art.
primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» –
corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per
ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio
lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà
chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica
perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci
sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non
è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di
concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in
cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a
questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo
che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una
realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di
un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta
dinanzi!
È stato detto giustamente che
le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è
sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una
polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro
il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo
regime.
Se voi leggete la parte della
costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di
libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la
situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono
elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute.
Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il
passato.
Ma c’è una parte della nostra
costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente.
Perché quando l’art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della
persona umana» riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e
che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico,
un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna
modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale,
che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione
immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie
verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel
linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una
costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa
società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e
politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla
impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro
di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di
perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della
società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare
quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione
non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione
è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna
ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro
l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria
responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è
l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per
fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una
malattia dei giovani.
«La politica è una brutta
cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso,
mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà,
di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo
traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul
ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il
piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio:
«Ma siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento
tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e
dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento
affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è
l’indifferentismo alla politica (applausi).
È cosí bello, è cosí comodo:
la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che
interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è cosí bello, ci sono tante
belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica
non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di
quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia
che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io
auguro a voi, giovani, di non sentire mai (vivissimi applausi), e vi
auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi
auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia
non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna
vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è
l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario
non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della
solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti
questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di
noi della propria dignità d’uomo.
Io mi ricordo le prime
elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25
anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a
votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le
guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui –
queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta
perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare
il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa
opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del
nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle
nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla
costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventú, farla vivere,
sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza
civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto
che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in piú, che siamo parte di un
tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora, vedete – io ho poco altro
da dirvi –, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle
prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro
passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti
sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si
sentono delle voci lontane.
Quando io leggo, nell’art. 2,
«l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e
sociale», o quando leggo, nell’art. 11, «l’Italia ripudia la guerra come strumento
di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle
altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando
io leggo, nell’art. 8, «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere
davanti alla legge», ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, «la
Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali», ma
questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze
armate, «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico
della Repubblica», esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo,
all’art. 27, «non è ammessa la pena di morte», ma questo, o studenti milanesi,
è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi,
voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!
Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere
giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di
fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per
le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la
libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Quindi, quando vi ho detto che
questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un
testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in
pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle
montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei
campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la
libertà e la dignità, andate lí, o giovani, col pensiero perché lí è nata la
nostra costituzione.
Piero Calamandrei
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