sabato 24 settembre 2016

La battaglia di monte Cimone 23/09/1916 - 02/10/1916

La battaglia di monte Cimone 1916

di Fabrizio Dallavalle

fonte: http://www.cimeetrincee.it/cimonebattaglia.htm

MONTE CIMONE (quota mt.1.230)

Il sacrario del Monte Cimone (sulla destra), visitato insieme ai giovani della Sez. di Brescia il 02/07/2016. Sulla sinistra, in basso, la pianura veneta, obiettivo finale della Strafexpedition al fine di accerchiare le ns. truppe in Carnia. All'interno del sacrario sono inumate 1.210 salme.


Su questo Monte si svolse dal 23 settembre al 2 ottobre 1916 una delle più sanguinose e tragiche battaglie della Guerra 1915-1918.
Nella Battaglia degli Altipiani denominata "spedizione punitiva", in tedesco "STRAFEXPEDITION", che fu combattuta con grande valore tra i due eserciti dal 15 maggio al 27 giugno 1916 sugli Altipiani Vicentini, si ebbero da parte Italiana 147.730 tra morti, prigionieri o dispersi e da parte Austro Ungarica 82.815 tra morti, prigionieri o dispersi.
L'Esercito Italiano in epici scontri riuscì a bloccare l'avanzata del nemico e a ricacciarlo con estremo coraggio e con un alto tributo di sangue oltre le sue posizioni.
Da quel momento tutte le Valli ritornarono in mano Italiana, lo Stato Maggiore provvide a rafforzarne le difese con trincee e camminamenti, realizzando nuove postazioni per i pezzi d'artiglieria di grossi calibri.
[...]
Il 23 settembre alle 5.45 gli Austriaci fecero brillare due potentissime mine composte da 4.500 kg. di dinamite, 8.700 kg. di dinamon, 1.000 kg. di polvere nera, per un peso complessivo di 14.200 kg di esplosivo.
Due tremende esplosioni fecero tremare la terra, mentre una gigantesca colonna di fumo si alzò quasi contemporaneamente dalla cima del Monte.
Enormi blocchi di roccia volarono in alto e precipitando si frantumavano contro le groppe della montagna travolgendo tutti coloro che si trovavano di sotto.
La cima del Monte Cimone scomparve nel nulla, con essa le truppe della Brigata Sele e quelle della 136^ Compagnia zappatori.
In un attimo persero la vita o rimasero prigionieri o dispersi 10 ufficiali e 1.118 soldati.
Quando l'enorme nuvola di polvere si diradò, il profilo del Monte Cimone apparve completamente mutato.
Il terreno era diventato un baratro di 50 metri di larghezza e 22 metri di profondità.
Dai fianchi di quella che fu la corona rocciosa della vetta giungevano i lamenti e i continui richiami dei feriti.
Subito dopo gli scoppi, dalla cima del Monte, gli Austriaci si lanciarono all'assalto con una violenza inaudita contro le linee Italiane, ma vennero prontamente accolti da un intenso fuoco di fucileria da parte dei pochi sopravissuti e dai restanti reparti del 63° Battaglione del Genio.
L'eco della battaglia si diffuse rapidamente in tutta la Valle e in seguito si aggiunsero nella difensiva anche gli alpini del battaglione Val Leogra.
Tutti si impegnarono con energia e a sprezzo del pericolo per arginare la spinta del nemico, il quale appoggiato da un violento fuoco di artiglieria veniva incessantemente contro le linee di resistenza, ma fu sempre respinto con indomito valore.
Nell'estrema difesa si aggiunsero anche i rinforzi, che contribuirono con spirito di abnegazione a contenere l'attacco nell'impari lotta.
I feriti, sommersi dai detriti dell'esplosione, chiedevano assiduamente aiuto e si fece tutto quanto era possibile per soccorerli.
Si cercò in tutti i modi di riportarli in salvo dentro le linee Italiane, ma l'incessante fuoco d'artiglieria del nemico rese quasi vano ogni sforzo.
La battaglia continuò ininterrotta  per 10 lunghi giorni, nella quale i soldati Italiani si difesero oltre ogni limite.
Il 2 ottobre, fu finalmente possibile recuperare le povere salme che giacevano in superficie e dare a loro una degna sepoltura.
Molti purtroppo rimasero per sempre sotto il crollo della montagna.
La valorosa difesa dei Fanti, dei Genieri e degli Alpini è ricordata in un grande Ossario sul Monte Cimone a 1.226 metri d'altezza.
Sotto le nude roccie di questo Sacro Monte riposano a imperitura memoria le care Spoglie dei nostri Eroici Soldati d'Italia.
L'Ossario fu costruito sul cratere e progettato dall'ing.Thom Cavese.
Fu inauguarato il 22 settembre 1929 dall'allora Principe Umberto di Savoia.
Il Monumento è una torre appuntita in pietra rocciosa fornita di una lunga scalinata.
La serena solitudine del Monte lascia tempo e spazio alla riflessione e all'omaggio del ricordo.
L'architetto Ing. Thom Cavese volle per sua volontà essere sepolto in questo luogo a lui caro.
[...]

martedì 17 maggio 2016

I: [15:18] Strafexpedition, terzo giorno di battaglia


Se non riesci a visualizzare la newsletter clicca qui

15:18
ACCADDE OGGI - La Grande Guerra giorno per giorno
17 Maggio, 1916

Strafexpedition, terzo giorno di battaglia

Siamo al terzo giorno di battaglia e gli austro-ungarici mantengono alta la pressione in Val di Ledro, Vallagarina e sul settore di Asiago. L'azione è complessa e coinvolge tutto il fronte: per impedire l'eventuale invio di rinforzi ci tengono impegnati anche sull'Isonzo e nel Carso. Ora c'è da giustificare al grande pubblico la nostra ritirata. Sì, perché finora sembrava stessimo stravincendo. La responsabilità di minimizzare i danni e tranquillizzare il Paese se la prende Il Giornale d'Italia: "Questi ripiegamenti sono ragionevoli, spesso necessari....

Hai ricevuto questa email perchè sei iscritto a "15:18", la newsletter per le Commemorazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale per ricevere aggiornamenti su eventi, iniziative, progetti per le commemorazioni e il racconto degli eventi storici giorno per giorno.
Per annullare la tua iscrizione clicca qui.
Per informazioni e segnalazioni scrivi a infocentenario1914-1918@governo.it
I dati raccolti sono trattati nel rispetto della normativa vigente sulla privacy

Visita il Sito Web Ufficiale
Seguici su: Facebook - Twitter - Youtube



sabato 23 aprile 2016

il segreto degli Alpini di ( Giulio Bedeschi )

Una volta ogni anno, in primavera, viene un giorno di gran trambusto nelle case degli alpini arroccate sui greppi o sparse nelle valli, allineate nei paesi, disseminate nelle città: dovunque esse siano c'è trambusto grosso, perché l'alpino parte per l'Adunata.
Le donne hanno il loro da fare, e lava la camicia e stira un po' quei pantaloni, rinforza i bottoni della giacca se no mi saltano; e dover fare tutto di corsa, sotto gli occhi e il pungolo di quel benedetto uomo che si mette a fare il difficile e trova da ridire perfino sul modo di tagliare il pane e salame che mangerà stanotte in treno.

E partono così, col cartoccio in tasca e il cappello in testa, giovani che hanno finito il servizio di leva l'anno scorso, vecchiotti che hanno lasciato le trincee del Pasubio e del Grappa cinquant'anni fa, uomini che hanno fatto la naia in Albania, in Africa, in Jugoslavia o sul Don se è andata bene, o addirittura in Siberia o in India, anni su anni, se è andata male; ma tutti alpini e artiglieri alpini, che adesso a due o tre per volta o in gruppetti salgono sulle corriere di provincia e sui treni, imprecando perché ogni anno il biglietto aumenta di prezzo, come campo adesso per due giorni e tre notti con le millecentoquaranta che mi restano nel portamonete? Perché sì, per lo più sono povera o­nesta gente che ha la famiglia sulle braccia, anche le cento lire contano e come, e per andare all'Adunata l'alpino le risparmia tutto l'anno settimana per settimana a cinquanta e cento per volta. Perché, più che ottenere lo sconto sui biglietti ferroviari, l'Associazione Alpini non può fare.

Lo sappiamo che fra qualche giorno certi giornali, per spiegare lo strano fatto che a questi chiari di luna centomila alpini siano sfilati per le vie di Trieste, scriveranno che lo Stato ha messo a disposizione somme enormi (l'anno scorso abbiamo letto cinque miliardi!); ma la verità è una sola e l'abbiamo detta, e aggiungeremo che riguarda gli alpini più ricchi , perché altri centomila devono starsene a casa a rodersi il fegato perché non hanno i soldi che bastano, o perché non possono concedersi il lusso di lasciare il lavoro dei campi. Povera gente, vogliamo dire in conclusione, o­nesta gente che fatica e suda ogni giorno per guadagnarsi il pane, gente che nessuno manovra o sospinge; italiani come infiniti altri, con la differenza che ogni anno fanno il loro bel sacrificio per ritrovarsi, magari riducendosi a pane e formaggio e stando in piedi per due o tre notti in fila, ché un letto in albergo costa troppo.

E perché?E chi glielo fa fare?È la domanda che sentiamo ripetere da più parti, ogni anno; ce la rivolgono uomini delusi, resi scettici dalle deprimenti vicende di vita; la leggiamo addirittura durante la sfilata negli occhi di molti giovani, giovani piante immobili nella viva siepe di italiani che fanno ressa al nostro passaggio, siepe squassata da un vento che non si sente, ma che soffia diritto sui cuori; giovani che ci osservano con uno sguardo disincantato che filtra una sua luce un tantino ironica, come se essi fossero al di sopra e al di fuori del bene e del male, e della vita potessero già tirare le somme definitive, e giudicare il prossimo con un loro gelido e staccato compatimento, fermi e alti su un loro gradino, statue che vorrebbero giudicare gli uomini vivi che camminano sulla strada, ben giù da quel piedistallo.

Tuttavia, gli alpini duri a ritrovarsi ogni anno, formicolanti per tutta Italia fino a raggiungere una città, e là riunirsi e camminare insieme per un poco. Poi via, arrivederci l'anno venturo.
Ma chi glielo fa fare?Nessuno, è evidente; nessuno potrebbe dare un tale ordine. Ma un qualcosa sì, glielo fa fare, è altrettanto evidente. Non è certo il gusto di sfilare in parata, nessuno è tanto lontano come loro da questi ghiribizzi; non è il gusto degli applausi, figuriamoci, nessuno è più schivo e semplice di loro; non è il richiamo di una gran sagra, il giuoco non varrebbe la candela.
Cosa li muove, cosa li spinge, allora? Ecco, questo è il segreto degli alpini, un semplicissimo segreto che chiunque potrebbe intendere in un attimo, se venisse dalla via degli alpini. È facile. Basta immaginare una creatura umana che è giunta a notte dopo una pesante giornata, e le palpebre si chiudono da sole, e c'è un po' di paglia per terra in una tana fredda sì, ma non tanto come fuori nella trincea; darebbe chissà che cosa per buttarsi giù a dormire un poco. Ma oltre la trincea ci sono duecento metri di terra di nessuno e al di là stanno quegli altri, pronti ad approfittare del buio e a venirti a fare la sorpresa in pattuglia, una bella sventagliata nel sonno e chi s'è visto s'è visto.

Dormire, poter dormire un'ora in pace. Ma c'è vicino Tonio, Tonio che si è già infilato il cappotto e allarga il buco del passamontagna perché la barba gli piace tenerla fuori, e già brontola per il freddo che prenderà perché comincia il suo turno di guardia alla mitragliatrice. L'altra creatura lo vede infatti uscire dalla tana, e allora si sdraia sulla paglia e pensa: vieni sonno, adesso puoi venire perché fuori ci pensa Tonio; e non sa che Tonio ha fatto lo stesso pensiero per lui, due ore prima. E tanto meno riflette sul buffo fatto che i lunghi chilometri di trincee, nel buio e nel silenzio della notte, prima ancora di essere linee tenute da soldati in armi, costituiscono il punto di contatto di tanti esseri umani che si cercano l'un l'altro, e s'appoggiano a vicenda per difendersi dalla guerra che uccide, e si misurano giorno per giorno nella loro forza, nelle loro azioni, e ne traggono stima, e coraggio, e fiducia per la disperata vita.

Talché basta notare che Tonio oggi non fuma in quel tal suo modo rabbioso che gli riduce subito a cicca la sigaretta, per sentire che oggi si può stare tranquilli senza sorprese. E se c'è pericolo, quel suo breve sorriso che si fa strada fra la barba nera è rassicurante perché è d'uomo saldo e forte, collaudato alla prova cento volte; fa pensare alla protezione del padre lontano, trasmette nel sangue un qualcosa della sicurezza e del calore di casa; perché si sa che la strada d'ogni uomo, per corta o lunga che sia, parte sempre dal focolare di casa, e più lontani e sperduti si è, più il tepore di quel fuoco riscalda e tiene in vita finché ci si ritorna. Se possibile.

Si forma così, fra gli uomini in guerra, una solidarietà senza mezze misure, di gente che si riconosce fino in fondo; e quando battono sulle linee le ore estreme, o i lividi minuti di sempre, in ogni caso c'è sempre qualcosa da poter dare se ce l'hai, ed è sempre per gli altri e mai per te; per te, proprio tuoi, ci sono soltanto i pidocchi e quella tua coscienza che non ti senti addosso, ma che i compagni ti vedono affiorare sempre più chiara giorno per giorno, da ogni tua azione, così da diventare un connotato come le tue labbra e i tuoi occhi, e tu quello sei e quello resti anche dopo venti o cinquant'anni. E quello verranno ancora a cercare i tuoi compagni all'Adunata: un uomo a cui stendere la mano con tutta l'effusione dell'animo, un fratello da abbracciare perché la fraternità è una tale realtà che, quando nasce dal patimento condiviso insieme al pane in mezzo al sangue, non sa morire più.

Ecco cosa glielo fa fare. Ecco il semplice, elementare segreto degli alpini: un sacro patto umano.
Sono legati uno per uno, è un'intesa profonda che passa da uomo a uomo sul filo della penna nera. Un patto umano che ha legato una volta e lega per sempre, fra gente che si è misurata nel profondo e se si guarda negli occhi si legge nel cuore. Non è cosa da poco, a questo mondo. Ecco il senso, il gusto dell'Adunata, vale la pena di accorrere, di ritrovarsi. È un gigantesco atto d'amore collettivo, alla buona s'intende, senza complicazioni, da alpini insomma. Ma non giudicateli dall'apparenza, allegri e burloni come sono; quelli camminano in centomila, ma potete moltiplicarli a volontà, non finiscono più perché si portan dietro i loro morti, dispongono perfino di un loro paradiso, il paradiso di Cantore.

E i battaglioni, i gruppi, le compagnie, le batterie sono densi di vivi e di morti allineati insieme, tutti presenti, è una tradizione che non molla, che fa pensare. I morti si sono sacrificati per i vivi, non è una frase, è una realtà che va a ritroso negli anni, che si inarca intatta verso l'avvenire. È un esercito che non si distrugge, alle anime non si spara. E anime prima di tutto hanno i reparti, anime hanno le divisioni, le brigate, i reggimenti, i battaglioni, somma di anime moltiplicata nel tempo, nei luoghi, dovunque alpini hanno sanguinato popolando di spiriti i monti, il deserto, la steppa, il profondo del mare.
Hanno popolato anche la storia, perfino la leggenda con la realtà del loro patto umano.